A favore di una cultura della colpa o della responsabilità? PDF Stampa E-mail
Davide Dal Pozzolo   
sabato 04 ottobre 2008
ImageLa riflessione che voglio proporvi prende spunto dal paragrafo intitolato “Il paradigma terapeutico” dell’interessante lavoro di Neri Pollastri “Il pensiero e la vita”. Ho sempre trovato il testo di Pollastri davvero molto stimolante dal punto di vista filosofico tanto da consigliarne la lettura non solo agli aspiranti counselors filosofici ma anche ai lettori occasionali che si interessano di filosofia...
In questo paragrafo, Pollastri mostra come oggi il paradigma terapeutico pervada molti ambiti della nostra quotidianità e si presti ad essere interpretato come “l’ultima forma attiva di ideologia del dominio”, un paradigma dove qualsiasi forma di sofferenza e di disagio vengono interpretati come “patologie” che necessitano pertanto di un intervento tecnico di tipo terapeutico. Lasciando al momento in disparte l’interessante analisi delle possibili ragioni di tale fenomeno (come per esempio il profilarsi di una nuova cultura dell’emozionalismo) preferisco piuttosto focalizzare la mia attenzione sull’analisi che oggi tende a giustificare il comportamento dell’individuo deresponsabilizzandolo e assolvendolo da possibili colpe in nome di una precisa diagnosi. Scrive il Pollastri:
 
“Isolato dalle sue relazioni sociali, l’individuo è sempre più vittima delle circostanze, non è mai autore del proprio destino e perciò finisce col non essere più neppure responsabile dei propri comportamenti, inclusi i propri fallimenti ed errori, perché la diagnosi lo assolve ogni volta. Nessuno è più responsabile, e infatti uno degli slogan psicoterapeutici più diffusi invita a “liberarsi dalla colpa”; […]”.
Neri Pollastri, “Il pensiero e la vita”, p. 94
 
Personalmente ho sempre creduto che non sia poi così negativo il tentativo da parte dell’uomo di oggi di liberarsi dal senso di colpa, a patto però di fare una distinzione semantica e valoriale tra il concetto di ammissione di colpa e il concetto di assunzione di responsabilità che spesso nel nostro linguaggio quotidiano sono interscambiati e usati come “sinonimi” per una sorte di “somiglianza di famiglia” dal punto di vista linguistico.
Vorrei dunque  iniziare questa riflessione distinguendo innanzitutto questi due concetti morali sottolineandone le caratteristiche e le peculiarità.
Per quanto riguarda l’ammissione di colpa, dobbiamo dire prima di tutto  che è un’espressione che ci è assai familiare. In effetti l’idea di “colpa” e di “colpa originaria” percorre tutta la nostra cultura occidentale e precede addirittura la nascita e la diffusione del cristianesimo. Per fare qualche esempio, basti pensare che l’idea di una “colpa originaria” da espiare attraverso pratiche di purificazione o attraverso il ciclo continuo di morte e rinascita, la troviamo già in alcune religioni o sette misteriche quali l’Orfismo o in alcune antiche scuole filosofiche come il Pitagorismo. Questa idea antichissima di colpa, intesa come una sorte di “onta” da espiare è stata poi assorbita dalla cristianesimo delle origini e fatto proprio accostandola al senso e al significato di “peccato”. In questo senso la colpa originaria degli orfici diventa il “peccato originale” della tradizione cristiana e raccontata in forma simbolica nello splendido libro della Genesi, che contrariamente a quello che in genere si pensa, è uno dei libri cronologicamente più recenti dell’Antico Testamento.
Ma che cosa si intende generalmente per colpa? Ovviamente la risposta è molto complessa e richiederebbe un maggior approfondimento, tuttavia mi sento di poter dire, semplificando senza banalizzare, che in genere nella nostra tradizione occidentale per colpa si intende quell’onta derivante da una trasgressione di un codice prestabilito di regole o norme, siano esse di tipo religioso o di tipo etico-morale. Il senso di colpa dunque, per esistere, ha bisogno di un codice di norme che occorre osservare con un grande senso di dovere e senza il quale non potrebbe sussistere. Chi trasgredisce questo codice morale o etico di comportamento, commette una sorte di “ingiustizia”, rompendo in questo modo uno stato di equilibrio iniziale.
La trasgressione implica una colpa che deve essere espiata attraverso una forma di punizione o di richiesta di perdono, per ristabilire quello stato di equilibrio iniziale compromesso precedentemente dalla trasgressione commessa e dunque per ricreare quello stato di “giustizia” precedentemente alterato.
Una caratteristica interessante dell’ammissione di colpa è che essa per sussistere implica la conoscenza delle norme o delle regole (un codice etico, religioso, morale) che si devono osservare. Ciò significa che non si può provare un senso di colpa se non si sa di aver “trasgredito” una regola o una norma, sia essa codificata in qualche codice condiviso oppure interiorizzata: detto in altri termini non si può provare questo sentimento (il sentirsi in colpa) se non si è consapevoli di aver fatto qualcosa che non si doveva fare.
Tuttavia, e questo a mio avviso è molto interessante, il sapere di aver fatto qualcosa che non doveva essere fatto non implica la conoscenza del significato più profondo che giustifica l’esistenza di tale norma o di tale regola appena trasgredita, cioè non implica la consapevolezza dell’errore commesso. Infatti, per sapere di aver trasgredito, è più che sufficiente la conoscenza formale del codice: ciò significa che non si richiede una comprensione eticamente o moralmente più approfondita che spieghi il fondamento di tali norme o regole.
Per questo motivo questa conoscenza formale del codice etico o morale di riferimento fondato sul “dovere di osservanza” o sulla “punizione della trasgressione” si presta ad essere diffuso e attuato soprattutto in contesti sociali e culturali in cui occorre eticizzare o moralizzare una grande massa caratterizzata da un’alta percentuale di analfabeti e illetterati.
Ma se questa forma di educazione morale fondata sul dovere di osservanza delle regole o delle norme condivise si presta bene a moralizzare o eticizzare le grandi masse priva tuttavia gli individui di percorrere un cammino verso una maggiore consapevolezza etica o morale. In effetti, chi si sente in colpa è spesso consapevole solo di aver compiuto una trasgressione e cioè di aver fatto “qualcosa che non andava fatto” o di aver compiuto un’azione che “non era corretto compiere” ma raramente chi prova questo stato d’animo si interroga anche sul perché sarebbe stato più corretto comportarsi diversamente o sul perché sarebbe stato più giusto compiere un’azione diversa di quella che ha compiuto. Questo atto di interrogazione e di ricerca lo compie solo chi cerca di capire e comprendere più a fondo ciò che è bene per lui e per l’altro, per essere maggiormente consapevole del proprio errore e per non ripeterlo in futuro.
Invece, la dinamica tripartitica di “trasgressione-colpa-punizione” tipica dei sistemi morali fondati sulla colpa non implica una crescita in consapevolezza, in quanto la punizione è sufficiente al trasgressore per ristabilire lo stato di ordine iniziale che era stato compromesso a causa della sua trasgressione. La punizione che espia la colpa ristabilisce da sé l’equilibrio iniziale e toglie in questo modo una potenziale crescita in consapevolezza da parte del “colpevole” il quale, il più delle volte, sa solo di aver sbagliato, di aver compiuto un errore ma solo nel senso di aver trasgredito una norma, senza aver chiaro il perché sarebbe stato meglio o eticamente più corretto seguire un comportamento diverso. Questo fa sì che sia facile per il trasgressore reiterare lo sbaglio ricadendo nella “tentazione” della trasgressione, rompendo di nuovo l’equilibrio iniziale e ristabilendolo solo attraverso una nuova punizione, magari più grande della precedente. In effetti, in questo modello tripartitico “trasgressione-colpa-punizione” ciò che dissuade dal commettere una nuova trasgressione al codice è soprattutto il timore o la paura della punizione che svolge in questo modo una vera e propria funzione dissuasiva ma non aiuta il trasgressore ad acquisire una maggiore consapevolezza dell’errore commesso.
Per quanto riguarda invece l’assunzione di responsabilità, possiamo dire che essa è storicamente e culturalmente più “moderna” dell’ammissione di colpa in quanto implica concetti come “libertà individuale” e “scelta” e risulta essere svincolata dal paradigma “trasgressione-colpa-punizione”. Generalmente “assumersi la responsabilità” di un comportamento o di una scelta significa ammettere che tale comportamento o tale scelta sono dipese dalla propria volontà e da una propria decisione: in questo senso, si può dire che chi si “assume la propria responsabilità” è colui che è chiamato a “rispondere” di tali comportamenti o tali scelte. Ma ammettere che il proprio comportamento o una propria scelta sono dipesi da una propria decisione, significa anche comprendere le ragioni o i motivi che hanno portato a tale comportamento o scelta e soprattutto significa comprendere i motivi per i quali sarebbe stato preferibile un comportamento diverso o una scelta alternativa.
Dunque, chi si assume la responsabilità di un comportamento o di una scelta sbagliata riconosce certamente di aver sbagliato ma questa consapevolezza non deriva tanto dall’aver violato una norma ma da una comprensione delle ragioni dell’errore commesso.
In questo senso, possiamo dire che il “responsabile”, a differenza del “trasgressore”, sa rendere ragione delle proprie azioni, è maggiormente consapevole dell’errore commesso e per questo motivo sarà per lui più difficile ripetere, in futuro, lo stesso errore. In effetti, a differenza del trasgressore che cerca di non commettere lo stesso errore per paura o per timore della punizione, il responsabile invece, conosce le ragioni per cui è preferibile  una scelta o una condotta morale diversa, ed è per questo motivo maggiormente incentivato a non ripetere lo stesso sbaglio.
Ecco perché, a mio avviso, oggi è preferibile una cultura della responsabilità e non più una cultura della colpa, in quanto una cultura che si basa sull’assunzione di responsabilità invita le persone ad una reale comprensione dell’errore e allo stesso tempo, ad una scelta consapevole del comportamento corretto da seguire, aiutandole in questo modo a crescere dal punto di vista morale ed etico.
Ciò implica certamente una grande libertà individuale e un livello di istruzione che solo oggi, nel mondo occidentale possiamo avere, ma per questi motivi, ritengo che oggi, in occidente, siano finalmente maturi i tempi per una morale ed una etica della responsabilità fondata sulla libertà di scelta, sulla consapevolezza da parte degli individui della libertà e del potere decisionale che possono esercitare su se stessi. Oggi dunque sono maturi i tempi per relegare il paradigma “trasgressione-colpa-punizione” solo ad una educazione di tipo comportamentale adatta ai più piccoli, cioè ai bambini che hanno bisogno di  apprendere modelli comportamentali adeguati alle varie situazioni di vita (situazioni nelle quali devono apprendere  che cosa possono e non possono fare in determinate situazioni), paradigma che tuttavia si deve abbandonare già nel periodo adolescenziale, quando i ragazzi cominciano ad interrogarsi sul senso e il significato delle norme e dei valori tradizionali che hanno ereditato, per aiutarli ad assumere un atteggiamento critico e per stimolare ulteriormente la loro personale ricerca.
Concludendo, ritengo che sia un bene se oggi venga gradualmente a mancare un generale “senso di colpa” da parte degli individui in quanto non credo che ciò comporti un processo di decadenza morale, a patto però che questa mancanza di “senso di colpa” sia sostituito da un maggior coraggio nell’assumersi le proprie responsabilità di fronte le proprie scelte o comportamenti, perché è proprio questa “assunzione di responsabilità” che ci può offrire un’occasione importante di approfondimento e di crescita morale ed etica.
 
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