Pensando Rollo May PDF Stampa E-mail
Davide Dal Pozzolo (Filosofia e Counseling)   
sabato 09 febbraio 2008

Rollo May Con questo breve articolo mi propongo di condividere con voi  alcune riflessioni personali stimolate dalla lettura dello splendido lavoro di Rollo May che ha per titolo “L’arte del counseling” e che invito il lettore a darci almeno un’occhiata.Devo dire che l’opera di May mi è piaciuta particolarmente perché, pur essendo un lavoro introduttivo e divulgativo sull’attività di counseling, è un testo che regala al futuro counselor molti preziosi consigli e al lettore occasionale ricchi spunti di riflessione...


Ovviamente non voglio riportare in questa sede le riflessioni che riguarda il ruolo di counselor (che probabilmente interesserebbe a pochi…) ma alcune considerazioni su tre tematiche che mi hanno affascinato in modo particolare: la sofferenza nella relazione di aiuto,  la dimensione religiosa dell’uomo, il significato più profondo delle dipendenze.Per quanto riguarda la prima, devo dire che mi ha particolarmente colpito il modo originale di Rollo May  nel considerare il dolore e la sofferenza durante la sua attività di counselor. Spesso in qualità di studente di counseling ero portato a pensare che instaurare una vera relazione di aiuto, significasse soprattutto alleviare il malessere  e il disagio che il consultante viveva con estrema insofferenza. May sottolinea, invece, che questo può essere vero solamente nella fase finale del percorso quando il superamento del problema che il consultante espone, avviene con una reale crescita da parte del consultante,  portando in questo modo, come risultato finale, ad uno stato generale di salute e di benessere che prima ovviamente mancava. Tuttavia, secondo Rollo May il “percorso di maturazione” che il consultante è chiamato a percorrere non solo implicherà uno stato di sofferenza, ma questa stessa sofferenza sarà la sua arma migliore per “crescere”, cioè per abbandonare la sua condizione precedente in cui era impossibilitato ad imboccare, per così dire, una strada nuova. In questo senso, Rollo May invita i futuri counselors ad usare con molta parsimonia la rassicurazione, e li ammonisce del pericolo di sviluppare un eccessivo attaccamento al consultante perché ciò comprometterebbe una sua reale “crescita” : il consultante “rassicurato”  rischierebbe di adagiarsi e quindi di restare fermo nella sua posizione iniziale di stallo e di crisi.Insomma May ci dice che ogni “crescere” implica una certo grado di sofferenza e che la sofferenza del consultante, lungi dall’essere un ostacolo, gioca a favore del superamento dei suoi problemi: in questo senso l’ansia e la sofferenza del consultante sono le sue migliore alleate.Ma questo allora cosa significa,  che il counselor debba mantenere un atteggiamento di “passività” o di “indifferenza” nei confronti del dolore del consultante? Nient’affatto! Ciò significa semplicemente che l’atteggiamento più efficace e funzionale del counselor consiste non tanto nel preoccuparsi da subito di alleviare la sofferenza del consultante, quanto piuttosto nell’orientarla, canalizzandola in maniera costruttiva.

Un’altra riflessione che mi è particolarmente piaciuta riguarda il modo sano di intendere la propria partecipazione alla dimensione spirituale e religiosa. E’ una tematica che mi sta particolarmente a cuore visto il mio personale interesse che nutro verso  il “mondo dello spirituale” e del religioso in generale. May inizia la sua riflessione evidenziando come la religione, come altre forme di espressione della cultura umana come la letteratura, la poesia e la stessa filosofia, abbia una tendenza pericolosamente nevrotica ogni qual volta separi l’individuo dagli altri esseri umani, ogni volta, cioè, che viene a mancare quell’interazione sociale, che è espressione di salute nell’individuo (il nevrotico infatti, è generalmente incapace di avere rapporti interpersonali).Potremmo anche dire che l’uomo religioso vive correttamente la propria dimensione religiosa quando quest’ultima è caratterizzata da una certa spontaneità e apertura nei rapporti interpersonali. Se ciò non avviene, è legittimo pensare che la propria dimensione religiosa venga usata come egida per nascondere la propria incapacità (o meglio paura) di vivere rapporti interpersonali e quindi per nascondere un atteggiamento di tipo nevrotico. Ne sono un esempio quelle persone ritenute dai più, eccessivamente “moralistiche”, quelle persone cioè (a volte gli stessi funzionari delle chiese!) che “puntano spesso l’indice” verso qualcuno o qualcosa con l’intenzione, non sempre consapevole, di sminuirli e per colmare in questo modo il proprio senso di inferiorità o di frustrazione. Secondo May, infatti, le persone religiose che avvertono un senso di inferiorità, e di conseguenza esagerano nella loro ambizione, non riescono a trattenersi dall’emettere giudizi morali sugli altri. In questo modo, dal momento che la competitività del loro “Io” si esercita nell’area della morale, la svalutazione degli altri in tale ambito dovrebbe significare, indirettamente, il loro prestigio. Ma ciò porta inevitabilmente ad una maggiore distanza nei rapporti umani, in quanto, il “giudicare” e il “sentenziare” compromette in partenza un rapporto interpersonale chiudendo immediatamente il dialogo invece di mantenere un atteggiamento di apertura capace di favorire tale relazione. Il “moralista”, insomma, non può avere una vita interpersonale sana e ben sviluppata, anche perché è proprio quello che, a volte inconsciamente, non vuole avere. Il problema è che spesso queste persone che esperiscono in maniera così distorta e nevrotica il proprio vissuto religioso e spirituale hanno la convinzione che  il loro modo di vivere la religione sia assai positivo. Ciò alimenta ulteriormente la loro convinzione di vivere più rettamente degli altri fedeli o di essere in qualche modo più vicini al Dio che vanno professando come garante dei loro attacchi moralistici e sentenziali. In questo senso, criticare il loro atteggiamento moralista è controproducente in quanto le nostre critiche andranno a rafforzare il loro comportamento di tipo nevrotico.La cosa interessante è che questo modo di vivere la propria religiosità non solo è segnale di uno schema comportamentale di tipo nevrotico, ma è anche, in fin dei conti, un modo di vivere assai povero la propria dimensione spirituale. In questo senso sono molto belle le riflessioni di Enzo Bianchi (Priore del monastero di Bose) e di Alberto Maggi (Biblista dell’Ordine dei Servi di Maria), i quali sottolineano come la figura del moralista crede di credere (è convinto di credere), ma in realtà è assai lontano dal conoscere realmente il divino. Infatti, insistono i due studiosi, nella religione in genere e soprattutto in quella cristiana, chi si attacca in modo così esagerato ad espressioni tipicamente umane come regole morali, formule e rituali, precludendo di fatto  un sincero e reale rapporto con il prossimo, si allontana dal vero messaggio di cui tutte le religioni monoteiste sono portatrici: ama il divino e ama il prossimo. Non si può dire di conoscere e di amare veramente il Dio se si è incapace di amare il prossimo. Entrambi gli studiosi fanno appello ad una concezione “sociale” del peccato, cioè il peccato inteso non tanto come violazione di una legge astratta (concezione moralistica del peccato) ma come ciò che divide e allontana dal Dio e dal prossimo. Ciò che decide cioè della peccaminosità di un’azione non è tanto l’andare contro o meno ad un codice di regole precedentemente codificate (concezione sterile del peccato tipica del moralista) ma semmai è la sua conseguenza sul piano del comportamento intenzionale, conseguenza che porta ad una chiusura nella relazione di chi ci sta accanto.


La terza ed ultima riflessione riguarda il modo migliore per affrontare e  superare le situazioni generali di dipendenza, sia essa vissuta nei rapporti affettivi (dipendenza dalle chat, da proiezioni di tipo pornografico etc)o attraverso l’uso di sostanze psicotrope (alcool, droghe, psicofarmaci etc).

Personalmente, infatti, ho sempre creduto che  queste dipendenze non si risolvono in una decisa astensione da parte del dipendente (autoprivazione e autocensura dettata da un puro sforzo di volontà o da una motivazione estrinseca), in quanto questo atteggiamento può avere dei risultati positivi solo nel breve periodo e quasi mai nel medio e lungo periodo.Questo perché spesso i motivi di tale dipendenza non sono solo di tipo chimico (alcool, droghe pesanti, psicofarmaci) ma soprattutto di tipo affettivo, relazionale ed esistenziale. E’ noto infatti, che chi è affatto da queste “sindromi di dipendenza” tenti in realtà di colmare un vuoto (di tipo affettivo o esistenziale) con ciò che in quel momento gli da uno stato generale di benessere e di grande eccitazione.In questo senso un buon modo per aiutare chi è affetto da queste dipendenze non è tanto quello di concentrarci sulla  dipendenza in sé (cioè  su ciò che gli permette di riempire quel vuoto che è causa di tale dipendenza) ma, semmai, quello di aiutare il consultante affetto da tale dipendenza a focalizzare le sue energie per creare e vivere nuove esperienze gratificanti e sane. L’atteggiamento più fruttuoso, insomma, non consiste  solo nel “privare” il consultante delle esperienze che sta vivendo (siano esse anche negative come appunto le dipendenze da alcool o da droghe)  ma anche e soprattutto di ampliare le sue esperienze gratificanti e positive.In pratica, per quanto riguarda le dipendenze il modo migliore per ridurre la forza della tentazione (nel cercare sostanze o relazioni di dipendenza) consiste nell’eliminare dal centro dell’attenzione l’immagine negativa di ciò che ci procura questa dipendenza (non devo entrare nelle chat erotiche, non devo fumare lo spinello, non devo bere ancora una bevanda alcolica etc.) e per fare ciò è necessario aiutare il consultante  a rivolgere un sufficiente interesse a nuovi obiettivi positivi e sani.In questo senso, potremmo ribadire il rovescio della medaglia: più una persona  vive una vita relazionale appagante ed equilibrata anche dal punto di vista esistenziale, meno saranno le probabilità di ricercare qualcosa di alternativo che faccia da surrogato per colmare il suo vuoto affettivo o esistenziale.
 
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